Ogni giorno, nell’ufficio di patologia forense della città di Chicago, nello stato dell’Illinois, arrivano corpi che raccontano storie diverse: omicidi, overdose, incidenti, morti improvvise e molte altri casi. A ricostruire cos’è successo sono i patologi forensi, specialisti che attraverso l’autopsia cercano di dare una risposta scientifica alla morte.
Tra loro c’è anche Lorenzo Gitto, medico legale di 40 anni, originario della provincia di Benevento. Dopo la laurea in Medicina e la specializzazione in Medicina legale alla Sapienza di Roma, ha lavorato come consulente per la Procura di Roma occupandosi di esami autoptici. Nel 2018 si è trasferito negli Stati Uniti per un periodo di ricerca alla State University of New York, Upstate Medical University di Syracuse, dove ha poi conseguito una seconda specializzazione in Anatomia patologica. Nel 2022 ha completato la ‘ultraspecializzazione’ (fellowship) in patologia forense al Cook County Medical Examiner’s Office di Chicago dove dal 2023 lavora come Assistant Medical Examiner, oltre a essere direttore della ricerca scientifica del suo istituto.
Dottor Gitto, di cosa si occupa un medico legale negli Stati Uniti?
“Il nostro lavoro è indagare le morti che richiedono un accertamento medico-legale. Parliamo di decessi violenti, come omicidi, suicidi, incidenti stradali, annegamenti, ma anche di morti improvvise e inspiegabili, come quelle di neonati o persone giovani apparentemente sane. Interveniamo anche quando una persona viene trovata morta in un luogo pubblico o non è immediatamente identificabile.
Il nostro compito è certificare la causa e la natura (o modalità) della morte, ossia la classificazione medico-legale delle circostanze del decesso (naturale, suicidio, omicidio, accidentale, indeterminato).
La certificazione di quest’ultima rappresenta una profonda differenze tra la nostra attività negli Stati Uniti e la pratica italiana, nella quale al medico legale è generalmente richiesto di commentare tali circostanze, ma non di certificarle formalmente sul certificato di morte. Non ci occupiamo invece di responsabilità mediche: se una morte avviene in ospedale per un possibile errore medico o chirurgico, noi ci limitiamo certificare il decesso ma non ci esprimiamo su una eventuale malpractice”.
Quanti casi ha seguito e che tipo di situazioni incontra più spesso?
“Dal 2022 a oggi ho esaminato personalmente circa 1000 casi, tra cui almeno 150 omicidi e 50 morti pediatriche. Negli Stati Uniti il volume di casi è molto più alto rispetto all’Italia e questo permette di sviluppare un’esperienza pratica enorme. Il nostro ufficio, ad esempio, ha una casistica compresa tra i 6000 e 7000 casi l’anno, che lo rende uno dei due uffici più grandi degli Stati Uniti.
Ricordo in particolare una serie di decessi avvenuti nella prigione di Cook County a Chicago in un breve periodo di tempo. Le autopsie non mostravano una causa chiara e ho intuito che la morte poteva essere associata a qualche nuova sostanza poco conosciuta. Collaborando con la polizia, il personale del carcere, e un laboratorio di tossicologia ultraspecializzato abbiamo scoperto che circolava una nuova droga sintetica, non rilevabile dai test tossicologici standard.
Una volta individuata la sostanza, sono rafforzati i controlli ed è stato attivato un protocollo interno per le morti avvenute in carcere che permette di ottenere risultati tossicologici entro 24-48 ore dalla autopsia. Grazie a questi interventi, i decessi per quel tipo di droga sintetica si sono fermati”.
Come si affronta emotivamente un lavoro duro come quello del medico legale?
“Quando entro in sala autoptica mi concentro solo su una cosa: capire cosa è successo. Tutti i casi hanno la stessa dignità. Alcuni colleghi possono essere più colpiti da situazioni particolari, per esempio la morte di un neonato, soprattutto se hanno figli piccoli. Ma come professionisti dobbiamo mantenere l’obiettività per arrivare alla verità scientifica, evitando che le emozioni si trasformino in pericolose speculazioni”.
Quali sono le principali differenze tra il sistema italiano e quello americano?
“Sono due modelli molto diversi. Negli Stati Uniti il patologo forense ha una formazione di anatomia patologica ed è un dipendente pubblico: a Chicago, ad esempio, lavoriamo in un ufficio governativo e siamo sempre coinvolti nei casi di morte sospetta.
Si tratta di un sistema centralizzato in cui tutti i cadaveri di nostra competenza vengono trasportati direttamente al nostro istituto senza intermediazione da parte della procura. In Italia invece il medico legale non ha una formazione di base in anatomia patologica e viene incaricato dal magistrato caso per caso ed è pagato per la singola autopsia. Questo significa che il lavoro è più discontinuo e spesso i tempi delle indagini sono più lunghi”.
Cambiano anche le condizioni di lavoro?
“Sì, molto. Qui ho uno stipendio stabile e un’organizzazione più strutturata. In media da medico legale faccio una decina di giorni al mese di autopsie, mentre il resto del tempo è dedicato ai report, alla ricerca e alle altre attività dell’ufficio. Anche i report sono diversi: negli Stati Uniti sono più tecnici e sintetici, circa dieci pagine. In Italia spesso sono molto più lunghi e discorsivi. Questo si riflette anche sul bilanciamento tra lavoro e vita privata, che qui è decisamente migliore”.
C’è qualcosa del sistema italiano che considera ancora un punto di forza?
“Sicuramente la tradizione accademica. In Italia il ragionamento medico-legale è spesso più approfondito dal punto di vista teorico. Negli Stati Uniti l’approccio è più standardizzato e basato su protocolli. Entrambi i sistemi hanno pro e contro. Personalmente, nella mia pratica quotidiana, cerco di unire i punti di forza dei due metodi: la solidità teorica italiana e l’efficienza organizzativa americana”.
Gli Stati Uniti sono davvero un sistema meritocratico?
“Per la mia esperienza sì. Qui contano soprattutto competenze e risultati. Non c’è una gerarchia rigida basata sull’anzianità o sulle conoscenze personali, abbastanza tipica nel panorama italiano e molto diffusa nell’ambiente medico legale. Negli Stati Uniti se lavori bene puoi crescere professionalmente e avere opportunità importanti. La competizione c’è, ma è stimolante ed uno stimolo continuo a migliorarsi”.
Laura Alteri
Leggi anche Fare il medico in Germania? Da subito in trincea a farsi le ossa in ospedale.