Nella sua carriera ha sempre unito competenza clinica, esperienza internazionale e una spiccata impronta tech della medicina. Oggi la dottoressa Manuela Cesaretti, chirurgo di 42 anni di Pitigliano, porta avanti con successo due importanti start-up innovative che mirano a rivoluzionare il trattamento delle patologie legate al fegato. Laureata all’Università di Siena, specializzata in Chirurgia Generale tra Genova e la Francia, Manuela Cesaretti è una specialista nel campo dei trapianti di fegato. Dal 2023 è tornata in Italia, portando con sé un bagaglio di esperienze cliniche e di ricerca che spaziano fino alla creazione di start-up biomedicali dedicate all’ottimizzazione dei trapianti d’organo.
Dottoressa, lei ha studiato e si è specializzata nei trapianti di fegato in Francia per un decennio.
«Durante la specializzazione ho avuto l’opportunità di trasferirmi in Francia, dove ho completato la formazione e lavorato per nove anni. Qui mi sono dedicata in particolare ai trapianti di fegato. Ora invece sono in pianta stabile all’ospedale San Camillo di Roma, sempre nel campo dei trapianti d’organo».
Cosa l’ha spinta a lasciare l’Italia e poi a rientrare dopo quasi un decennio?
«Quando sono partita per la Francia sentivo il bisogno di confrontarmi con un sistema sanitario più dinamico e internazionale e approfondire le mie conoscenze. In Francia ho trovato un ambiente ospedaliero molto coeso, in particolare tra i colleghi medici. Tuttavia, dopo anni all’estero, ho capito di volere indietro la qualità della vita italiana. Così, quando ho avuto l’occasione di rientrare, l’ho colta al volo. L’Italia, nonostante le sue difficoltà, offre un equilibrio vita-lavoro più umano e rispettoso».
Quali differenze ha riscontrato tra il sistema sanitario francese e quello italiano?
«In Francia ci sono meno medici, ma lavorano di più e guadagnano meglio, anche nel pubblico. Esiste più rispetto tra colleghi, indipendentemente dal grado o dall’anzianità. Però il sistema sanitario si sta spostando verso il privato, i fondi pubblici si stanno riducendo e il modello francese oggi somiglia all’Italia degli anni ’90. In Italia invece, pur con una burocrazia più farraginosa, il pubblico è ancora solido e il rapporto con il paziente più umano. In Francia, ad esempio, il paziente non può chiamare direttamente il medico al telefono: c’è una segretaria che filtra le comunicazioni. Da noi il medico si fa carico di tutto, nel bene e nel male».
Com’è stato il ritorno in Italia dal punto di vista professionale?
«Il primo impatto è stato duro: sono tornata durante il Covid e mi trovavo in Sardegna, comunque lontana da casa. Con il trasferimento a Roma, ho ritrovato un ambiente più dinamico e aperto all’internazionalità. Al San Camillo c’è molta attenzione alla formazione e al confronto con esperienze estere, e questo aiuta a mantenere uno standard alto. Oggi vedo un’Italia che sta recuperando terreno, con più tutele per i medici e una maggiore attenzione al benessere del personale».
Proprio in Francia ha avviato due start-up innovative legate ai trapianti di organo. Come sono nate e di cosa si occupano?
«Le mie start-up – Stella Surgical e Graft Smart – nascono tra il 2018 e il 2019, da un progetto sviluppato durante il dottorato in Bioingegneria a Genova, in collaborazione con un ingegnere. L’obiettivo era trasformare un’idea di ricerca in un prodotto utile per la pratica clinica. Entrambe si concentrano sull’ottimizzazione del trapianto d’organo, in particolare del fegato, sviluppando applicazioni e simulatori digitali destinati ai medici e agli infermieri.
Gli strumenti permettono di formare il personale sull’uso delle macchine di perfusione, dispositivi che mantengono in vita l’organo dopo l’espianto grazie a un sistema di pompe e circuiti chiusi».
Ci spiega meglio il funzionamento dei simulatori che ha ideato?
«Quando un organo viene espiantato, viene conservato nel ghiaccio prima del trapianto, ma questo limita il tempo utile a circa 12 ore. Le macchine di perfusione mantengono l’organo vitale più a lungo — anche 24 ore o più — grazie a un flusso continuo di sangue ossigenato. In Italia però sono poco diffuse: ci sono una trentina di centri trapianti e i costi per ogni macchina, con i consumabili, superano i 30.000 euro al mese. Con i nostri simulatori digitali ricreiamo il comportamento delle macchine reali, così i medici possono esercitarsi, imparare a riconoscere errori o segnali d’allarme e migliorare la gestione dell’organo, durante l’iter per il trapianto, senza rischi per i pazienti».
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Ha sviluppato anche un’app che valuta la qualità del fegato su cui effettuare un trapianto. Come funziona?
«Sì, è nata come progetto di tesi. L’app permette, tramite una foto intraoperatoria dell’organo, di stimare in modo non invasivo la quantità di grasso presente nel fegato, cioè la steatosi. Questo dato è fondamentale per stabilire se l’organo è idoneo al trapianto. Oggi il metodo standard è la biopsia, che è invasiva e poco rappresentativa: analizza infatti solamente una sezione microscopica di un organo tridimensionale. Con l’app, invece, l’analisi è colorimetrica e istantanea e si riducono così tempi e rischi. L’obiettivo a lungo termine è arrivare a un sistema di intelligenza artificiale capace di associare automaticamente ogni organo al ricevente più compatibile».
Quali prospettive vede per il futuro dei trapianti e della chirurgia epatica?
«Credo che il futuro passi inevitabilmente dall’integrazione tra chirurgia, dati e tecnologia. L’Italia ha eccellenze straordinarie, ma deve imparare a valorizzarle. Le macchine di perfusione, i simulatori e le app di analisi non devono restare strumenti in mano a pochi centri: dovrebbero diventare parte integrante della formazione e della pratica clinica. E poi serve investire nei giovani medici: chi resta in Italia deve poter crescere senza sentirsi penalizzato rispetto all’estero».
Un consiglio ai giovani medici che sognano una carriera medica internazionale?
«Andate all’estero, fate esperienza, imparate tutto ciò che potete. Ma ricordate che l’Italia ha ancora tanto da offrire, soprattutto in termini di umanità e qualità della vita. Alla fine, anche il miglior chirurgo ha bisogno di un luogo dove sentirsi a casa».
Laura Alteri