Turni da 24 ore e medici in burn out: il dottor Catanese racconta lo sciopero spagnolo

sciopero dottor Alessandro Catanese

24 ore di lavoro consecutive e stipendi fermi a 10 anni fa. I medici spagnoli in burn out annunciano uno sciopero storico di 4 giorni: lo racconta il radiologo italiano Alessandro Catanese. Medici, tecnici e amministrativi e tutto il resto del personale sanitario in sciopero, trattative interrotte, un maxi-blocco nazionale fissato per dicembre e altri scioperi previsti a gennaio.

In Spagna la sanità pubblica vive una delle sue settimane più delicate e in mezzo a questo caos c’è anche Alessandro Catanese, radiologo 48enne di origini pugliesi, che lavora da otto anni in Catalogna. La sua esperienza professionale — iniziata nel cuore dell’Emilia con la specializzazione in Radiodiagnostica, maturata e consolidata negli ospedali pubblici della Spagna — oggi diventa una lente preziosa per leggere una crisi che ha portato il personale medico iberico ad annunciare il più lungo sciopero della storia recente dopo il fallimento delle trattative con il Ministero della Sanità spagnolo.

Dall’Erasmus alla vita professionale. Dottor Catanese, ci racconta la sua esperienza professionale in Spagna?

«La scelta della Spagna è stata una coincidenza. Durante la specializzazione a Bologna partecipai a un programma europeo, l’Erasmus Placement. Passai sei mesi in un ospedale di Barcellona dove ho potuto ampliare la mia formazione e creare contatti professionali. mi trovai benissimo. Quando arrivò una proposta di lavoro, accettai e mi trasferii. Da quel giorno non ho più lasciato lavoro in ospedali pubblici spagnoli, con una breve parentesi in Irlanda. la Spagna e i suoi ospedali pubblici. Il sistema sanitario iberico è È un sistema profondamente diverso da quello italiano. Qui la sanità è totalmente decentralizzata: ogni regione decide cosa offrire ai propri cittadini e non esiste un equivalente dei nostri livelli essenziali di assistenza. Questo rende i paragoni molto complessi».

La scintilla dello sciopero, dieci anni di cambiamenti mancati. Cosa sta succedendo in Spagna?

«Da quasi un decennio non ci sono cambiamenti reali. Il sistema è saturo e il personale sanitario, tecnico e amministrativo non è soddisfatto. Ora è esploso tutto. Lo sciopero è massiccio e coinvolge non solo i medici, ma anche tutto il resto del personale, tecnici sanitari e personale amministrativo. Tuttavia, ogni categoria protesta per motivi diversi. In particolare Per esempio è molto delicata la condizione lavorativa dei tecnici di radiologia in Spagna, dove non hanno una vera e propria formazione universitaria, ma solo clinica, con essendo basata in un percorso professionale di due anni non equiparabile agli standard europei degli altri Paesi.

Per questo i tecnici radiologi che si formano in Spagna non possono lavorare all’estero e possono quindi lavorare unicamente in territorio spagnolo. Da anni i tecnici radiologi chiedono perciò il riconoscimento universitario, già in vigore in molti altri Paesi, per poter avere anche un riconoscimento salariale maggiore Inoltre qui Nello specifico i medici, categoria alla quale appartengo, protestano perché il loro livello salariale è ampiamente al di sotto degli standard europei. Inoltre rappresentano l’unica categoria professionale soggetta a turni di guardia di ben 24 ore e con un totale di ore lavorate settimanali che può superare anche le 60, in contro della normativa europea che prevede un massimo di 48 ore. hanno ancora gli stessi livelli salariali degli infermieri e anche questo è motivo di tensioni negli ospedali».

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Nello sciopero nazionale spagnolo sono coinvolti anche i medici che chiedono uno statuto legislativo autonomo specifico rispetto alle altre categorie.

«In Spagna le regole del personale sanitario sono stabilite in un unico quadro normativo per tutte le figure professionali. Ma i medici sono una minoranza numerica e hanno pochissimi rappresentanti sindacali. Quando si negoziano le condizioni lavorative con il Ministero della Sanità, siamo sempre penalizzati e le nostre richieste costantemente ignorate. Per questo da tempo chiediamo la redazione di uno statuto legislativo proprio, separato, su cui basarci per le trattative con il Governo.

La tensione tra i medici è esplosa in particolare in merito ai turni di 24 ore senza pause effettive, per sopperire alla mancanza di personale medico nelle strutture. Il Ministero ha proposto di scendere a 17 ore consecutive di lavoro, ma i medici chiedono che non si superino le 12 ore consecutive di turno, come già avviene in molti altri Paesi europei, tra cui l’Italia, e di rivedere il calcolo delle ore settimanali lavorate. Un modo per consentire ai medici di bilanciare al meglio l’equilibrio vita-lavoro e soprattutto per garantire la sicurezza e gli standard lavorativi presenti negli altri Paesi».

Lo sciopero ovviamente tocca anche aspetti economici degli stipendi?

«Ovviamente sì, sono anni che i medici non ottengono aumenti degli stipendi. Ormai i salati dei medici spagnoli sono grandi più bassi d’Europa. Ciò provoca una fuga costante di personale all’estero o verso la sanità privata. Lo scontento di quelli che resistono è grandissimo e la situazione si sta facendo insostenibile. I medici prendono quanto gli infermieri e gli amministrativi, ciò non è accettabile visto il differente livello di responsabilità.

Questi saranno i temi cardine del maxisciopero in programma per quattro giorni consecutivi a dicembre e altri due a gennaio. Sarà uno sciopero storico per la Spagna, il primo che durerà così tanti giorni. Il sistema sanitario pubblico si fermerà quasi del tutto, garantendo solo le urgenze».

Italia-Spagna: ci sono differenze profonde nelle rispettive realtà professionali e mediche?

«Sicuramente c’è un divario importante nella ricerca e formazione. In Italia la formazione specialistica ha un’impronta universitaria: si studia in ospedali universitari con docenti specializzati e c’è una spiccata componente di un orientamento anche verso la ricerca. In Spagna non è così. La formazione dipende direttamente dal ministero della Sanità e dalla accreditazione che concede si singoli ospedali. dagli ospedali, non dalle università. Qui anche in un piccolo ospedale di provincia si possono formare specialisti, ma senza una dimensione universitaria scientifica paragonabile a quella italiana. Si tratta di una foormazione clinica, che permette di avere medici neospecializzati con un eccellente livello di formazione pratica che permette un immediato inserimento in ambito lavorativo.

Il lato negativo è che la formazione scientifica è scarsamente presente, con alcune eccezioni limitate agli ospedali più prestigiosi. In Italia al contrario la formazione clinica è pratica in molti casi non permette si nuovi specializzandi di essere autonomi alla fine del percorso formativo. Questo rallenta il loro pieno inserimento nel mercato lavorativo. Dall’altra parte la formazione universitaria dei nostri medici in Italia, per me, è un punto forte che rende i nostri medici estremamente attrattivi all’estero. un vero e proprio faro in ambito scientifico e medico e a volte, da italiani, lo diamo troppo per scontato».

Cosa immagini per il tuo futuro e per quello della sanità spagnola?

«Ormai lo dico con certezza, la Spagna per me è diventata casa. Ma oggi è fondamentale che il governo ascolti il personale sanitario: senza condizioni dignitose per i medici e per il personale sanitario degli ospedali non si può garantire la qualità della sanità pubblica ai cittadini. E la sanità pubblica spagnola, che è un pilastro sociale, rischia di perdere pezzi importanti. Questa volta il messaggio è chiaro. Ciò che i sindacati dei medici stanno chiedendo non sono privilegi, ma sostenibilità: un ritmo lavorativo dignitoso e stipendi equiparati alle responsabilità del ruolo. Per il rispetto dei medici e dei pazienti».

Laura Alteri