Scienze biologiche, ingegneria dei tessuti e robotica stanno letteralmente cambiando la medicina e la cardiochirurgia, e un medico italiano sta contribuendo in prima persona a questa rivoluzione scientifica. La specializzazione al Campus Bio-Medico di Roma, il dottorato a
Dottor Spadaccio, come ha vissuto questa sua crescita professionale, in particolare negli USA?
“La mia esperienza americana è iniziata ad Harvard, poi è proseguita alla Mayo Clinic, e infine all’Università di Cincinnati. Entrando in contatto con tante realtà accademiche e scientifiche diverse e internazionali, ne ho conosciuto le difficoltà, ma soprattutto ne ho colto l’energia positiva potendo approfondire anche i miei studi sulle valvole cardiache”.
Quali sono le principali innovazioni su cui sta lavorando nel campo della cardiochirurgia?
“Sono due i progetti principali. Il primo riguarda la medicina rigenerativa applicata alla cardiochirurgia. Da oltre sei mesi stiamo impiantando, nell’ambito di uno studio clinico pilota approvato dalla FDA, una valvola cardiaca che si autorigenera. È un biomateriale impiantato nel cuore: il sangue del paziente colonizza il supporto e le cellule del suo corpo lo trasformano progressivamente in tessuto proprio. In pratica, noi forniamo lo “scheletro” e il corpo del paziente costruisce il resto. Questo approccio potrebbe eliminare in futuro la necessità di valvole biologiche di origine animale, che si deteriorano in 8-10 anni, e di quelle meccaniche che richiedono anticoagulanti a vita. È una rivoluzione silenziosa, ma potenzialmente enorme”.
E la seconda innovazione?
“Riguarda l’uso della membrana amniotica, materiale biologico derivato dal cordone ombelicale e dalla placenta, per stimolare la rigenerazione dei tessuti. È un materiale già usato in oculistica e ortopedia, ma nessuno l’aveva mai applicato alla cardiochirurgia. In America ho impiantato la membrana su un paziente di 33 anni che presentava gravi infezioni cutanee attorno al cavo di alimentazione di un dispositivo cardiaco (LVAD, una pompa collegata al cuore). Le ferite non guarivano, impedendogli il trapianto di cuore: grazie alla membrana, sono bastate circa cinque settimane per vedere rigenerati i tessuti e il paziente ha potuto finalmente sottoporsi al trapianto. È stato un caso che ha avuto grande risonanza mediatica negli Stati Uniti, perché dimostra che la biologia può entrare in sala operatoria”.
In che modo queste innovazioni cambiano la pratica clinica nella cardiochirurgia?
“La cardiochirurgia è sempre stata una disciplina molto “meccanica”: si taglia, si sostituisce, si ricostruisce. Io credo invece che la vera frontiera sia biologica: integrare i principi dell’ingegneria dei tessuti, della medicina rigenerativa e dell’immunobiologia nella pratica chirurgica, così come l’immunobiologia è entrata in altri campi della medicina, come in oncologia. Il nostro obiettivo è cambiare il paradigma — ‘rigenerare piuttosto che sostituire’ — rendendo le terapie più sostenibili, rigenerative per l’appunto e personalizzate, riducendo l’impatto sul paziente e migliorando la qualità della sua vita”.
Lei è anche tra i primi a utilizzare la chirurgia robotica cardiaca nel suo centro. In cosa consiste?
“È una tecnologia che consente di operare il cuore con una precisione e una mobilità impossibili per la mano umana. Il robot ha strumenti che si muovono a 360° e permettono interventi mininvasivi, evitando di aprire completamente il torace. Abbiamo avviato il programma robotico per contrastare la fibrillazione atriale, ma anche per eseguire interventi complessi di bypass coronarico (CABG) e di riparazione o sostituzione valvolare, con risultati clinici e funzionali di altissimo livello. Con il robot possiamo eseguire ablazioni esterne del cuore, raggiungendo aree che i cateteri interni (endovascolari) non riescono a trattare. Il tasso di successo supera il 90%, e il recupero del paziente è rapidissimo”.
In cosa la sua esperienza nella sanità americana differisce da quella italiana?
“Negli Stati Uniti c’è una cultura molto concreta dell’innovazione: investono sulle persone e sulle idee, e chi dimostra di poter realizzare qualcosa riceve supporto immediato, anche economico e mediatico. È un ecosistema che favorisce l’accelerazione delle progettualità e la trasformazione delle intuizioni in realtà cliniche e tecnologiche. In Italia, il livello professionale è altissimo: abbiamo medici e chirurghi tecnicamente straordinari, con idee brillanti e riconosciuti a livello internazionale. Il limite, talvolta, risiede nei tempi di realizzazione, che possono essere rallentati da una minore disponibilità di risorse o investimenti e da meccanismi burocratici più complessi. Detto questo, esistono in Italia centri d’eccellenza in cui l’ambiente è fertile e molte giovani colleghe e colleghi stanno emergendo e realizzandosi professionalmente, e soprattutto, stanno portando avanti ricerche e innovazioni di livello assoluto — e di questo dobbiamo essere molto orgogliosi. Credo che oggi la scelta di lavorare all’estero non sia più dettata soltanto dalle condizioni del sistema, ma soprattutto dalle aspirazioni personali e dal desiderio individuale di confrontarsi con diversi modelli di crescita e opportunità scientifiche”.
Quali sono oggi le principali sfide nella chirurgia delle valvole cardiache?
“Solitamente le valvole vengono sostituite solo quando la disfunzione è severa o il paziente mostra sintomi importanti: dispnea, palpitazioni, dolore toracico, sincopi. L’intervento ha sempre un rischio, quindi bisogna bilanciare attentamente costi e benefici. Il cuore, finché può, si adatta (tipicamente ispessendosi o dilatandosi), ma a un certo punto questo meccanismo fallisce e arriva lo scompenso. La sostituzione della valvola serve a prevenire proprio questo punto di non ritorno.
Il futuro? Sfruttare il potenziale rigenerativo intrinseco del paziente, che sappiamo essere presente in diversi distretti del corpo, attraverso supporti biologici intelligenti capaci di guidare e favorire la riparazione dei tessuti danneggiati.
Questo concetto può essere applicato a vari ambiti della chirurgia cardiaca. Nella chirurgia valvolare ad esempio, il futuro potrebbe proprio riguardare l’impianto di strutture biologiche che non sostituiscano semplicemente la valvola, ma che funzionino da matrice temporanea, favorendo la colonizzazione cellulare e la formazione di un tessuto nativo funzionale. In questo modo il nuovo tessuto si integrerebbe armoniosamente con l’organismo, riducendo le complicanze associate ai materiali artificiali e potenzialmente offrendo soluzioni più durature e fisiologiche.
Tuttavia, c’è ancora molto da imparare, la natura è più complessa di quello che l’uomo crede e ci sono una moltitudine di altri aspetti da prendere in considerazione per poter applicare questi principi e rigenerare tutte le valvole presenti nel cuore: la valvola aortica, ad esempio, presenta un’architettura tridimensionale complessa e un comportamento biomeccanico anisotropo che ne rendono la rigenerazione su supporto biologico particolarmente difficile. Ricrearne fedelmente struttura, funzione e dinamica richiederà approcci ingegneristici altamente specifici e multidisciplinari. È una strada ambiziosa, ma rappresenta una delle frontiere più affascinanti della cardiochirurgia moderna”.
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Dottor Spadaccio, dopo vent’anni di ricerca e chirurgia, cosa la motiva ancora oggi?
“La possibilità di vedere le idee prendere forma, passare dal laboratorio al corpo umano. Il mio sogno, da cardiochirurgo, era impiantare i materiali che avevo studiato come ricercatore e oggi questo è diventato realtà. Ogni intervento riuscito è una piccola vittoria della scienza e dell’uomo sulla malattia. E per me, è anche un modo per garantire ai miei pazienti una qualità di vita migliore e un’aspettativa di vita sempre più lunga”.
Laura Alteri