Ci sono terapie che salvano la vita ma che, come effetto collaterale, lasciano tracce silenziose e profonde nel sistema nervoso. Tremori improvvisi che prima non c’erano, vuoti di memoria inspiegabili, crisi epilettiche che compaiono proprio mentre il tumore arretra. Sembra un paradosso, eppure accade: il cancro regredisce, ma il cervello paga un prezzo.
È qui, in questa zona grigia tra oncologia e neurologia, che oggi si gioca una delle partite più delicate della medicina moderna. Luca Marsili, neurologo italiano che da anni lavora negli Stati Uniti, tra clinica e ricerca, osserva da vicino come l’innovazione stia cambiando radicalmente il modo di diagnosticare e curare le malattie neurologiche.
Romano, 43 anni, Marsili si è formato in Medicina e Chirurgia e poi in Neurologia all’Università Sapienza di Roma, dove ha completato anche il dottorato. Nel 2017 si è trasferito negli Stati Uniti per quella che doveva essere una breve esperienza di ricerca a Cincinnati, in Ohio. Invece, come capita a molti cervelli in fuga, quell’esperienza si è trasformata in una scelta di vita e di carriera.
Oggi è Assistant Professor all’Università di Cincinnati, si occupa di pazienti con malattia di Parkinson, tremori e disturbi del movimento, e svolge attività di ricerca clinica e traslazionale. In pratica, passa metà del suo tempo a visitare pazienti e l’altra metà a cercare di capire, attraverso i dati, come prevenire e curare meglio le complicanze neurologiche.
Dottor Marsili, partiamo dalle complicanze neurologiche delle terapie antitumorali. Di cosa parliamo esattamente?
«È una realtà con cui noi neurologi facciamo i conti sempre più spesso. Vediamo pazienti che, durante o dopo le terapie oncologiche, sviluppano sintomi neurologici complessi e a volte devastanti: tremori che non si fermano, disturbi del movimento che rendono difficile anche camminare, problemi di memoria che interferiscono con la vita quotidiana, vere e proprie encefalopatie.
E possono colpire chiunque si sottoponga a immunoterapia, dai bambini agli anziani. In alcuni casi si tratta di malattie autoimmuni: il sistema immunitario, per ragioni ancora non del tutto chiare, produce anticorpi che finiscono per attaccare il sistema nervoso oltre che il tumore. È una condizione che conosciamo da circa trent’anni, ma negli ultimi anni lo scenario è cambiato profondamente».
Per la neurologia cosa è cambiato, di preciso?
«Tra il 2011 e il 2012 è arrivata una rivoluzione: i nuovi farmaci immunoterapici. Sono anticorpi ingegnerizzati che stimolano il sistema immunitario a combattere il cancro in modo più aggressivo. Una scoperta straordinaria, che ha valso anche un Premio Nobel per la Medicina e che ha salvato migliaia di vite.
Il problema è che, quando stimoli così tanto il sistema immunitario, rischi di scatenare reazioni autoimmuni che vanno fuori controllo. E il sistema nervoso, purtroppo, è uno dei bersagli preferiti».
Non è semplice distinguere tra un sintomo « normale » e uno pericoloso. Qual è il ruolo del neurologo?
«Esatto, ed è proprio lì che entriamo in gioco noi. Quando vediamo un paziente in terapia oncologica che sviluppa nuovi sintomi neurologici, dobbiamo fare un lavoro investigativo. Quel tremore dipende dal farmaco? È una tossicità diretta sul cervello?
È un effetto collaterale reversibile o l’inizio di qualcosa di più serio? È cruciale saperlo, perché in alcuni casi i sintomi possono peggiorare rapidamente, arrivando anche a crisi epilettiche difficilissime da controllare. In queste situazioni la collaborazione con l’oncologo diventa fondamentale: a volte bisogna interrompere la terapia, altre volte si può proseguire con farmaci di supporto. Ma serve esperienza e, soprattutto, serve agire in fretta».
Ha studiato questo fenomeno in modo sistematico?
«Sì, e infatti qui entra in gioco uno dei vantaggi del sistema americano. A Cincinnati, come nel resto d’America, disponiamo di un sistema elettronico di cartelle cliniche condiviso a livello nazionale, che ci permette di ricostruire l’intera storia medica di un paziente, anche a distanza di molti anni. È come avere un archivio gigantesco dove puoi cercare pattern, collegamenti, anomalie.
Abbiamo analizzato circa 2.000 pazienti trattati con immunoterapia fino al 2024 e abbiamo visto che solo una piccola percentuale, per fortuna, sviluppa tossicità neurologiche. Ma studiando proprio questi casi abbiamo individuato alcune caratteristiche ricorrenti: ad esempio una maggiore incidenza in uomini anziani e in specifici tipi di tumore, come il melanoma o il tumore del polmone».
Avete trovato anche dei segnali « predittivi »? Qualcosa che possa aiutare a capire in anticipo chi è più a rischio?
«Sì, ed è uno degli aspetti più interessanti della ricerca. Abbiamo osservato che questi pazienti presentavano livelli più alti di eosinofili nel sangue rispetto a chi non sviluppava tossicità neurologiche. Gli eosinofili sono un tipo di globuli bianchi coinvolti nelle risposte immunitarie.
Questo biomarcatore era già noto per altre complicanze dell’immunoterapia, come quelle gastrointestinali o cutanee, ma vederlo associato anche a quelle neurologiche apre nuove prospettive. Non è ancora un test diagnostico approvato per questo scopo, sia chiaro, ma potrebbe diventarlo, per dare maggiore attenzione ai pazienti potenzialmente a rischio».
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Qual è l’obiettivo finale di queste ricerche di neurologia?
«Costruire una sorta di « carta d’identità del rischio neurologico » per ogni paziente oncologico in immunoterapia. L’idea è aiutare i neurologi e gli oncologi a riconoscere precocemente chi è più a rischio, capire quando è necessario interrompere o modulare la terapia e, soprattutto, intervenire prima che il danno neurologico diventi grave o irreversibile.
Negli Stati Uniti abbiamo accesso a enormi quantità di dati digitalizzati, anche di oltre dieci anni fa: per chi fa ricerca è una risorsa straordinaria. In Italia questa infrastruttura manca ancora, ma stiamo cercando di costruire collaborazioni internazionali proprio per colmare questo gap».
Oggi si parla moltissimo di intelligenza artificiale in medicina. Che ruolo può avere in neurologia?
«Un ruolo enorme, potenzialmente rivoluzionario. Noi stiamo lavorando su sistemi di monitoraggio dei pazienti con disturbi del movimento e tremori. Abbiamo utilizzato software disponibili al pubblico—alcuni anche gratuiti—che, tramite semplici video registrati con uno smartphone, permettono di analizzare come un paziente cammina, muove le dita, esegue determinati gesti.
L’AI, in pratica, « guarda » il video e misura parametri che l’occhio umano fatica a cogliere: la frequenza del tremore, l’ampiezza del movimento, la simmetria della camminata. È come avere un assistente infaticabile che non si distrae mai».
A cosa serve, concretamente, nella pratica clinica e per neurologia stessa?
«A rendere la valutazione più oggettiva e riproducibile. Oggi molte valutazioni neurologiche sono basate sull’osservazione del medico, che ovviamente è soggettiva. Io posso dire « il tremore è migliorato », ma quanto? Del 10%? Del 50%? L’AI può aiutarci a misurare in modo scientifico e preciso il movimento, capire se un farmaco funziona davvero, valutare gli effetti della stimolazione cerebrale profonda nel Parkinson.
E poi c’è un altro vantaggio: possiamo monitorare i pazienti a distanza. Il paziente si registra un video a casa, me lo manda, e io posso valutare se c’è stato un peggioramento senza farlo venire in ospedale. Questo è particolarmente utile per chi vive lontano o ha difficoltà a spostarsi. Va però sottolineato come l’AI sia uno strumento, non un sostituto del medico. Il professionista resta fondamentale per interpretare i dati, contestualizzarli nella storia del paziente, prendere decisioni. Quello che stiamo cercando di fare è guidare questi strumenti, non subirli. Vogliamo che l’AI ci aiuti a essere medici migliori, non che ci sostituisca».
È un lavoro solo americano o state collaborando anche con l’Italia?
«Per gli studi di neurologia la collaborazione con l’Italia è fortissima e per me è motivo di grande orgoglio. Lavoriamo con il Campus Bio-Medico di Roma e con altri gruppi italiani. Abbiamo già pubblicato risultati promettenti su riviste internazionali, ma dobbiamo ancora capire quali sistemi siano più affidabili, quali parametri utilizzare, come standardizzare le procedure. Servono investimenti, certo, ma serve anche il coinvolgimento delle società scientifiche e delle istituzioni. L’Italia ha ricercatori bravissimi, quello che spesso manca è l’infrastruttura per sviluppare queste tecnologie su larga scala».
Tra Italia e Stati Uniti cosa funziona meglio da una parte e dall’altra?
«Domanda difficile. Gli italiani sono all’avanguardia nella ricerca, hanno idee brillanti, competenze straordinarie e una grande voglia di fare. Quello che possiamo imparare dagli Stati Uniti è l’investimento in tecnologia e in sistemi informatici condivisi. Avere dati comuni tra ospedali, magari a livello europeo, sarebbe una svolta enorme per la ricerca. Qui, inoltre, ho tempo protetto per la ricerca: metà settimana è dedicata esclusivamente a quello, ed è garantito dall’università. In Italia spesso i ricercatori devono fare ricerca « nel tempo libero », dopo aver finito le visite, i turni, la burocrazia. È frustrante e controproducente».
E sul fronte della sanità pubblica? Negli Stati Uniti c’è sempre il problema dell’accesso alle cure?
«È vero, il sistema americano ha enormi criticità. Ma almeno nelle strutture pubbliche universitarie come la nostra, l’emergenza è garantita a tutti, anche a chi non ha assicurazione.
Nessuno viene lasciato morire davanti al pronto soccorso. In Italia, invece, serve certamente un controllo della spesa—la sostenibilità del sistema è cruciale—ma servono anche stipendi migliori per medici e infermieri, un migliore equilibrio tra vita e lavoro, e una maggiore attenzione alla prescrizione degli esami. Molti costi inutili nascono proprio da esami prescritti in modo eccessivo o inappropriato. Serve più formazione, più responsabilizzazione, più cultura della sostenibilità».
Tra immunoterapia, biomarcatori e intelligenza artificiale, la neurologia sta vivendo una trasformazione profonda. E il lavoro di ricercatori come Luca Marsili ci racconta come il futuro della medicina nasca proprio dall’incontro tra dati, tecnologia e una visione umana della cura. Dietro ogni algoritmo, ogni grafico, ogni studio, ci sono sempre le persone: pazienti che cercano risposte, medici che cercano soluzioni, e ricercatori che cercano di costruire un futuro in cui curare significhi davvero guarire.
Laura Alteri