Giorgio Di Benedetto, il medico di Famiglia che non voleva andare in pensione ed è volato in Francia per lavorare ancora

medico di base

Da Catania al nord-est della Francia per continuare a fare il medico di Famiglia : la storia di Giorgio Di Benedetto, 42 anni di esperienza, che ha lasciato l’Italia per sfuggire alla « cultura della pensione » e ritrovare la centralità della professione.

C’è chi conta i giorni che mancano alla pensione e chi, invece, dalla pensione è letteralmente fuggito. Giorgio Di Benedetto appartiene alla seconda categoria. Medico di famiglia con 42 anni di esperienza clinica, formatosi in chirurgia pediatrica e urologia pediatrica tra Italia e Francia negli anni ’80 e ’90, otto anni fa ha lasciato Catania per stabilirsi nel Grand Est francese, a pochi chilometri da Parigi. Una scelta controcorrente, quasi provocatoria: tornare in Francia non per andare in pensione, ma per continuare a fare il medico.

La sua è una testimonianza che fotografa due sistemi sanitari agli antipodi e solleva domande scomode sul futuro della medicina territoriale in Italia. Tra differenze retributive, modelli organizzativi opposti e una diversa concezione del ruolo del medico di famiglia, Di Benedetto racconta cosa significa esercitare la professione in un paese che considera i medici di famiglia il perno del sistema sanitario, non un passaggio burocratico.

Dottor Di Benedetto, lei ha lavorato a lungo sia in Italia che in Francia. Qual è la differenza più evidente nel ruolo del medico di famiglia tra i due paesi?

« La differenza fondamentale sta nella considerazione professionale. In Francia il medico di famiglia è una figura centrale, quasi istituzionale, del sistema sanitario e della comunità. È il perno intorno cui ruota tutta la vita sanitaria del paziente, dalla nascita alla morte. Non è semplicemente qualcuno che firma ricette o impegnative: è il custode della storia clinica, il coordinatore delle cure, il riferimento per qualsiasi problema di salute.

In Italia, purtroppo, il medico di base è sempre più percepito come un « passacarte ». Un tramite burocratico tra il paziente e lo specialista, tra il cittadino e l’ospedale. Questa erosione del ruolo professionale non è solo frustrante: è dannosa per l’intero sistema sanitario, perché depotenzia il primo livello di assistenza, quello che dovrebbe filtrare, prevenire, gestire la cronicità. Quando il medico di base diventa marginale, tutto il peso si scarica sugli ospedali e sui pronto soccorso”.

In Francia lei è un libero professionista. Cosa comporta concretamente questo status rispetto al modello italiano?

Comporta una differenza radicale nel rapporto tra il medico, lo Stato e i pazienti. Qui siamo liberi professionisti convenzionati con il sistema sanitario nazionale. Le tariffe sono calmierate attraverso la convenzione, quindi non si tratta di un mercato selvaggio, ma il principio è chiaro: più pazienti segui, più lavori, più guadagni. È un sistema meritocratico, se vogliamo, che premia l’impegno e la capacità di gestire un carico di lavoro importante.

Il meccanismo è questo: il paziente paga la visita al momento della prestazione, poi viene rimborsato in gran parte dallo Stato attraverso il servizio sanitario nazionale e per una quota minore dalla sua assicurazione privata complementare, che qui è diffusissima. Praticamente tutti hanno una mutua integrativa. Questo sistema responsabilizza sia il medico che il paziente, perché c’è un rapporto economico diretto, anche se poi lo Stato copre la maggior parte della spesa.

In Italia, invece, il medico di famiglia è sostanzialmente un funzionario dello Stato. Ha un compenso fisso per ogni assistito, indipendentemente da quanto lavora realmente. Questo può generare situazioni paradossali: medici oberati che guadagnano come colleghi con carico molto inferiore. Qui da noi il modello è diverso: più responsabilità, sì, ma anche più autonomia e più riconoscimento economico per l’impegno profuso”.

Esistono incentivi specifici per chi sceglie la medicina generale in Francia?

Sì, ed è un aspetto cruciale della politica sanitaria francese. Il governo è consapevole che c’è una carenza strutturale di medici, in particolare di medici di famiglia. Per questo ha messo in campo una strategia di incentivazione fin dalla formazione. Quando un medico si specializza in medicina generale riceve un bonus economico diretto dallo Stato. In cambio si impegna a esercitare per cinque anni nello stesso territorio. È una forma di investimento pubblico sul capitale umano: lo Stato finanzia la tua formazione e tu garantisci la tua presenza sul territorio.

Ma non finisce lì. Nel corso degli anni ci sono ulteriori incentivi legati al numero e alla tipologia dei pazienti che segui. Per esempio, se hai in carico pazienti con patologie croniche complesse, con fragilità sociali o situazioni che richiedono un impegno maggiore, ricevi compensi aggiuntivi. È un sistema che cerca di premiare non solo la quantità, ma anche la complessità del lavoro svolto. Un modello completamente diverso da quello italiano, dove gli incentivi sono rari e la professione di medico di base è vista come meno attrattiva rispetto alle specializzazioni ospedaliere”.

Parliamo di burocrazia: quanto pesa sul vostro lavoro quotidiano?

Sicuramente meno che in Italia. Un esempio concreto: qui non esiste il medico della ASL che controlla i lavoratori in mutua. In Italia, se dichiari un paziente in malattia, sai che potrebbe arrivare la visita fiscale, con tutto il carico di adempimenti e verifiche che questo comporta. In Francia il sistema è più elastico, più basato sulla fiducia reciproca tra istituzioni e professionisti.

Anche per quanto riguarda le pratiche di invalidità, il meccanismo è diverso. Il medico di famiglia può avviare direttamente la pratica e assegnare l’invalidità in prima istanza. Poi una commissione verifica, ma il punto di partenza è il giudizio clinico del medico curante. C’è fiducia nel nostro lavoro, nella nostra valutazione professionale. Non siamo considerati una fonte di sospetto o un anello debole da controllare, ma professionisti competenti la cui parola ha peso.

Questo non significa che non ci siano controlli o che il sistema sia lassista. Significa che il medico viene considerato un attore responsabile, non un potenziale frodatore. E questo cambia completamente la percezione del proprio ruolo e la qualità del lavoro”.

Quindi più autorità professionale, ma anche più responsabilità?

Esattamente. Soprattutto nelle zone rurali e nelle cittadine medio-piccole come quella dove esercito io, il medico di famiglia è il riferimento per tutto. Non solo per le patologie fisiche, ma anche per i problemi psicologici, per le crisi familiari, per le situazioni di fragilità sociale. Il paziente che entra nel mio studio sa che può parlarmi di depressione, di problemi coniugali, di difficoltà con i figli. Sa che io sono il custode della sua storia sanitaria e di quella della sua famiglia, compreso il profilo genetico che posso ricostruire seguendo più generazioni.

Questa centralità comporta responsabilità enormi. Devi conoscere davvero i tuoi pazienti, non solo le loro patologie. Devi avere una visione d’insieme che va oltre il sintomo del momento. È un lavoro complesso, che richiede competenze cliniche ma anche relazionali, capacità di ascolto, empatia. Non puoi delegare tutto allo specialista. Sei tu il coordinatore delle cure, sei tu che deve capire quando è il momento di inviare il paziente da uno specialista e quando invece puoi gestire la situazione in autonomia”.

Come funziona il rapporto con gli ospedali e gli specialisti?

Il medico di base è sempre il punto di partenza e di ritorno. Anche quando un paziente viene seguito in un grande ospedale, lo specialista fa sempre riferimento al medico curante. Io ho la visione completa: so cosa fa il paziente nella vita quotidiana, che farmaci assume, qual è il suo contesto familiare, quali sono le sue fragilità psicologiche o sociali. Lo specialista vede il dettaglio della sua patologia specifica, ma io vedo la persona nel suo insieme.

Questo sistema di coordinamento è fondamentale per evitare la frammentazione delle cure, che è uno dei grandi problemi della medicina moderna. Quando ogni specialista lavora per conto suo senza comunicare con gli altri, il paziente diventa un insieme di organi malati anziché una persona da curare nella sua interezza. Il medico di famiglia qui in Francia ha proprio questa funzione: tenere insieme i pezzi, fare sintesi, garantire continuità ».

È vero che l’apertura di un ambulatorio di medicina generale fa notizia sui giornali locali?

« Assolutamente sì, ed è un segnale molto significativo di come viene percepita questa professione. Quando un medico di famiglia apre un nuovo studio, i giornali locali lo mettono in prima pagina. È considerato un evento importante per il territorio, quasi come l’apertura di una scuola o di un servizio pubblico essenziale.

Questo succede perché la popolazione sa perfettamente quanto sia difficile trovare un medico di famiglia disponibile ad accettare nuovi pazienti. La carenza è seria, e quindi l’arrivo di un nuovo medico è vissuto come una risorsa preziosa per la comunità. È il riconoscimento sociale di un ruolo che in Italia si sta perdendo. Da noi un medico che apre uno studio è una notizia da pagina locale, se va bene. Qui è un fatto rilevante che interessa tutti”.

Avete libertà nella scelta dei pazienti?

Sì, possiamo accettare o rifiutare pazienti. Ci sono colleghi che sono saturi, con liste d’attesa lunghe, e che accettano solo chi è completamente sprovvisto di medico curante. Non si possono « rubare » pazienti ad altri colleghi facilmente. Cambiare medico è possibile, certo, ma comporta il trasferimento di una grande mole di documentazione medica. Qualcosa è migliorato con la digitalizzazione, ma resta comunque un processo complesso.

I medici di base hanno l’intera documentazione medica del paziente, costruita negli anni. Questa continuità è fondamentale: io conosco la storia clinica dei miei pazienti da anni, so quali farmaci hanno provato, quali allergie hanno, quali specialisti hanno consultato. Questo patrimonio informativo non è facilmente trasferibile e costituisce un valore aggiunto enorme per la qualità delle cure”.

Le visite domiciliari esistono ancora o sono un ricordo del passato?

Sono diventate molto meno frequenti, quasi impraticabili nella maggior parte dei casi. Le persone di una certa età sono ancora legate all’immagine romantica del medico che gira per le case con la sua borsa, ma oggi è quasi impensabile per ragioni logistiche. Io, per esempio, ho pazienti che vivono anche a 200 chilometri di distanza. Vengono da me perché non hanno alternative più vicine, perché nella loro zona non ci sono medici disponibili. Come potrei fare visite domiciliari in quelle condizioni?

I tempi sono cambiati, la distribuzione territoriale dei medici è cambiata, le distanze che i pazienti sono disposti a percorrere sono cambiate. La visita domiciliare resta possibile in casi eccezionali, per pazienti davvero impossibilitati a muoversi, ma non può essere la norma come una volta”.

Come funziona l’accesso alle visite?

Esistono piattaforme online di prenotazione che permettono al paziente di cercare il primo medico disponibile nella zona. Ci sono medici che accettano appuntamenti solo dai propri pazienti ufficiali, ma io ho scelto di tenere l’agenda aperta anche a persone che non sono formalmente mie pazienti ma che hanno un’urgenza. Capita regolarmente di vedere pazienti che vedrò una sola volta nella vita, perché avevano bisogno di una visita immediata e io ero disponibile.

È un sistema flessibile che cerca di rispondere alla carenza di medici garantendo comunque l’accesso alle cure. Non è perfetto, ma funziona meglio di molte alternative ».

I pazienti devono sempre venire fisicamente in studio?

« Sì, la presenza fisica è ancora la norma. Qui non esistono i SERT come in Italia, quindi io stesso ho in carico pazienti tossicodipendenti che devono venire di persona a ritirare la prescrizione medica. Non esiste che mandi ricette via email per questo tipo di terapie. Devono sempre presentarsi di persona, è una forma di controllo e di accompagnamento che fa parte del percorso terapeutico.

Anche per le visite ordinarie, dopo la parentesi del Covid durante la quale le teleconsultazioni sono esplose, stiamo tornando gradualmente alla normalità. I pazienti vengono in studio per essere visitati”.

Quindi si visita ancora davvero il paziente, con l’esame obiettivo completo?

Assolutamente sì. Qui tutti hanno ancora l’abitudine e l’aspettativa che il medico debba visitare. Qualcosa è cambiato temporaneamente con il Covid, ma piano piano siamo tornati alla normalità.

I parametri di base come la pressione arteriosa, l’auscultazione dei polmoni e del cuore, il controllo della gola e delle orecchie durante la stagione influenzale: questo è l’ABC della professione prima di decidere se rinnovare una terapia o modificarla. Non puoi prescrivere o rinnovare farmaci importanti senza aver visitato il paziente, senza aver verificato come sta realmente, se quei farmaci stanno funzionando o se stanno causando effetti collaterali.

La visita medica è ancora centrale, non è considerata superflua o sostituibile con una telefonata. E questo fa la differenza nella qualità delle cure”.

In Francia non esiste il pediatra di famiglia, giusto?

Esatto, è un’altra differenza importante. Io seguo pazienti da zero a cento anni, letteralmente. Le vaccinazioni dei bambini, le visite pediatriche, tutto passa attraverso il medico di famiglia. Non c’è una figura specialistica dedicata solo ai bambini per le cure primarie.

Nel mio caso, essendo in una zona rurale, l’età media dei miei pazienti è piuttosto alta, ma il principio resta: il medico di famiglia segue tutte le fasce d’età. Questo richiede una competenza molto ampia, certo, ma garantisce anche continuità: io posso seguire una persona da quando nasce a quando invecchia, conoscere tutta la sua storia, quella della sua famiglia. È una medicina più integrata, meno frammentata per specializzazioni”.

Lei si occupa anche di fasce particolarmente fragili della popolazione?

Sì, sono referente della Croce Rossa locale e ci occupiamo anche delle persone immigrate che vivono e lavorano nella zona. Siamo pochissimi medici a farlo, ma è un lavoro importante. Qui gli stranieri immigrati hanno una tessera sanitaria propria e sono completamente a carico dello Stato. Non pagano le visite, sono agevolati al 100%. È una presa in carico davvero a 360 gradi.

Questo mi permette di sentirmi ancora un medico nel senso pieno del termine, non un semplice « passacarte ». Seguo persone in difficoltà, con fragilità sociali ed economiche, e posso fare la differenza nella loro vita. È una delle ragioni per cui sono venuto qui: per continuare a esercitare la medicina con questa pienezza di ruolo”.

Lei dice spesso di essere « fuggito dalla pensione ». Cosa intende esattamente?

Intendo proprio quello che ho detto: sono fuggito. Otto anni fa, quando ero ancora in Italia, mi rendevo conto che l’argomento dominante tra tutti i miei colleghi coetanei era la pensione. Quando andare in pensione, come calcolare gli anni, quanto mancava. Era un’ossessione che mi metteva un’angoscia profonda.

Non volevo finire così. Non volevo passare gli ultimi anni della mia carriera a contare i giorni che mancavano alla fine, come se il lavoro fosse solo una condanna da cui liberarsi. Io avevo ancora voglia di fare il medico, di esercitare la professione con passione e senso. Un giorno, quasi per caso, su YouTube sono finito su un’intervista trasmessa da un canale televisivo francese.

Il protagonista era un medico di famiglia di 95 anni che esercitava ancora regolarmente. Mi ha folgorato. Ho capito che in Francia i medici di famiglia possono andare avanti senza limiti di età, fino a quando sono operativi e in grado di lavorare. Non c’è questa corsa verso la pensione, questa fuga dal lavoro. Se hai ancora energia e competenza, puoi continuare”.

Come si svolge una sua giornata tipo oggi?

Vedo circa sessanta pazienti al giorno. È un lavoro intenso, non lo nego, ma il ritmo è più bilanciato rispetto a prima. Ho più autonomia nella gestione degli orari, delle pause, delle ferie. Non sono ingabbiato in una struttura rigida che non tiene conto delle mie esigenze personali e professionali.

Certo, sessanta pazienti sono tanti, ma sono io che ho scelto questo carico di lavoro. Potrei vederne di meno, se volessi. La differenza è proprio questa: la libertà di decidere quanto e come lavorare, in base alle mie forze e alle mie priorità”.

E la vita privata? Come concilia il lavoro con gli affetti?

Qui in Francia vivo con mia moglie, che è anche lei medico. A Natale ci ritroviamo tutti a casa, con i miei tre figli, è il momento dell’anno che aspetto di più.

Il lato positivo di questo lavoro, nonostante l’intensità, è che ho comunque i fine settimana liberi e posso scegliere quando andare in vacanza. Ho il controllo sulla mia vita, non sono ostaggio di un sistema. E finché avrò energia, continuerò a fare il medico per passione. Qui posso farlo con dignità e soddisfazione professionale.

La pensione? Non è più un’ossessione. È semplicemente qualcosa che arriverà quando sarò io a decidere che è il momento giusto, non quando me lo impone un sistema che mi considera un peso da eliminare”.

Laura Alteri