La luce che svela la salute: Marco Vismara rivoluziona le analisi di laboratorio

analisi laboratorio vismara

Una stanza buia, un raggio di luce, un campione biologico per rivoluzionare le analisi di laboratorio. E poi un algoritmo che, come un investigatore silenzioso, traduce vibrazioni e riflessi in diagnosi potenziali. Non è fantascienza, ma la visione – sempre più concreta – di Marco Vismara, genetista e innovatore che sta provando a riscrivere il futuro della diagnostica medica e delle analisi di laboratorio.

Classe 1981, una vita divisa tra medicina e tecnologia, Marco Vismara oggi lavora nell’Unità Operativa Complessa dell’Ospedale San Giovanni di Dio di Terracina e Fondi, dove collabora a un progetto ambizioso sulle malattie rare, è docente alla Scuola Europea di Citogenetica, membro della Società Europea di Genetica Umana e cofondatore di lightScience, startup premiata dalla National Academy of Medicine negli Stati Uniti. Marco Vismara sta tracciando un percorso che potrebbe cambiare per sempre la diagnostica medica. Un futuro in cui prevenzione e monitoraggio costante saranno alla portata di chiunque – grazie a dispositivi che, letteralmente, illuminano ciò che fino a ieri era invisibile.

Dottor Vismara, lei è un genetista, ma anche un pioniere della tecnologia in campo medico. Da dove nasce questa doppia vocazione?
«Nasce in famiglia, direi. La tecnologia mi accompagna da sempre: a tre anni ero già sulle gambe di mio padre a giocare con il Vic20, poi con il Commodore 64. A 18 anni avevo già una mia piccola azienda di computer. Oggi ho 44 anni, da medico genetista, continuo a muovermi tra innovazione e medicina. È un incrocio naturale della mia vita».

lightScience: come nasce l’idea di creare un dispositivo che analizza la luce invece dei reagenti chimici?
«Nel 2020 ho avuto l’intuizione: unire sensori spettroscopici miniaturizzati – oggi finalmente portatili e più economici – con l’intelligenza artificiale. In buona sostanza illumini un campione con una luce molto regolare e analizzi la luce che rimbalza. La spettrometria nella zona delle armoniche produce informazioni preziose, ma “aggrovigliate”.

Prima dell’AI era complicato decifrarle, oggi, con gli ultimi sviluppi dell’intelligenza artificiale, possiamo farlo. Così, insieme a colleghi medici, ingegneri ed esperti del settore hi-tech, ho fondato lightScience, una startup in un incubatore certificato dal Ministero, nata proprio con l’obiettivo di prototipare e testare questa tecnologia. Ad oggi ho deciso di portare anche nell’Unità Operativa Complessa di Terracina e Fondi dove lavoro un progetto di innovazione che restasse ancorato alla genetica, ma con uno sguardo nuovo sulle tecnologie applicate alle analisi di laboratorio».

A che punto siete con lo sviluppo del dispositivo?
«Stiamo realizzando dei prototipi per adesso. Il prototipo di lightScience è installato all’IRCCS San Raffaele di Roma, nel contesto dello Human longevity project, ma puntiamo ad aprire questa tecnologia ad altri istituti e strutture mediche. Nello specifico si tratta di uno scanner molecolare dotato di un computer integrato e sistemi software capaci di interpretare i dati ottenuti dalla luce dello spettrometro. Tutto senza usare reagenti chimici inquinanti. Un nuovo modo di fare le analisi di laboratorio».

Dunque l’obiettivo è cambiare radicalmente la gestione e il lavoro del laboratorio clinico e delle analisi di laboratorio?
«Non solo il laboratorio per le analisi cliniche. Prevediamo che molte analisi del sangue potranno essere eseguite direttamente con questi strumenti, magari anche attraverso dei dispositivi personalizzati che monitorano il paziente quotidianamente, anche per prevenire l’aggravarsi di una patologia. Pensiamo alla tecnologia dietro allo smartwatch o ai moderni sensori per il glucosio, molto diffusi ultimamente: sono strumenti che già oggi monitorano costantemente i nostri parametri vitali. Con lightScience vogliamo puntare a creare device ancora più intelligenti e performanti, capaci di leggere in tempo reale segnali metabolici o genetici senza invasività».

La vostra tecnologia ha già ricevuto un importante riconoscimento dalla National Academy of Medicine statunitense.
«Esattamente, per un’idea legata all’insufficienza renale cronica, un killer silenzioso e spietato. Sono pochi i sintomi di questa malattia e quando te ne accorgi può anche essere troppo tardi. Con la nostra sperimentazione abbiamo dimostrato che, grazie alla combinazione di spettrometria e AI, è possibile accorgersi per tempo della condizione di salute del paziente e intervenire prima del peggioramento. Ritardare la dialisi anche solo di cinque anni significa allungare significativamente la vita del paziente».

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Ha iniziato a sperimentare occupandosi principalmente di malattie rare, ora guarda anche a quelle più comuni?
«Io sono un genetista e mi occupo chiaramente di malattie rare e metaboliche, come la fenilchetonuria ad esempio, ma oggi stiamo ampliando il campo alle patologie più diffuse. L’obiettivo è dare al paziente una sorta di “specchio digitale” del proprio stato di salute, aggiornato in tempo reale, ma anche al medico uno strumento per seguire il paziente a distanza e con costanza».

Quali benefici vede in questo nuovo approccio?
«È un cambiamento a cascata: riduzione dei tempi d’attesa, meno costi e zero impatto ambientale. Ma soprattutto prevenzione più efficace. Se riesci a intercettare un peggioramento prima che diventi irreversibile, salvi vite e risorse. Non vogliamo cambiare solo gli strumenti, ma proprio il modo in cui ci si approccia alla medicina».

Molti temono che l’intelligenza artificiale sostituirà i medici. Lei cosa risponde?
«Che è impossibile. La competenza è e resterà umana. L’AI non sostituisce il medico, semmai lo aiuta nello svolgimento del proprio lavoro quotidiano. Gli strumenti che stiamo sviluppando facilitano il lavoro, lo rendono più veloce e preciso, ma non possono rimpiazzare il giudizio e la conoscenza clinica acquisita con anni di studio e specializzazione sul campo. La tecnologia è un supporto, non un freddo rimpiazzo».

Laura Alteri